Anna.

racconto#12

Author:Sante Paolacci

Category:Storie

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Foto di Mario Pellerito

 

Deve esserci qualcosa di potente dentro questa roba che mi entra nel braccio sinistro da farmi dormire così profondamente nonostante la luce forte delle finestre. Ho sempre detestato dormire con la luce, ma adesso, in questa camera non ho l’energia per protestare.

Da due giorni vengono a prendere un po’ del mio sangue e se lo portano via. Nessuno mi dice nulla e io non chiedo. Non ho le forze. Solo il mio vicino di letto mi aggiorna su quello che hanno fatto o detto mentre io dormivo: “Ti hanno cambiato la sacca” oppure È venuta una tua amica e ha detto che passa più tardi”. Ha settant’anni e si chiama Nello, il mio vicino, ed è qui per un intervento al cuore.

Ecco che ritorna la morsa alla testa. Il dolore mi fa quasi vomitare. È il motivo che mi ha portato in un ospedale di una città che ancora non conosco. Nello dice che sono svenuto e mi hanno portato qui, ma ancora non sanno di cosa si tratti. Mi dice anche di stare tranquillo che tanto non ho la faccia di uno che sta per morire, ma la testa mi scoppia e qualcuno me la sta prendendo a calci da dentro, e ora un conato mi strozza la voce.

Non l’ho vista entrare, ma l’infermiera è già di fianco a me. Credo di averla già incontrata. Certo è improbabile, ma penso di averla già conosciuta, in passato, in un’altra vita. Mi dice che assomiglio a suo figlio e che ho anche la sua stessa età. Sorride ed è come se non vedesse quanto cazzo io stia soffrendo. Mi mette la sua mano sulla fronte mentre mi racconta che anche il suo Guido è un appassionato di Calcio. Giro lo sguardo sul comodino e vedo il Lupetto della Roma attaccato alle chiavi. Sono le chiavi di casa del mio amico che dovrebbe ospitarmi se non fossi qui. “Non sono le mie. A me il Calcio non interessa”. Mi dice di non sforzarmi a parlare ed io sto zitto. Lei continua a raccontarmi di suo figlio che sta a Londra e che sta per diventare papà. “Auguri” dico debolmente mentre guardo i suoi occhi liquidi e vitali. Mi accorgo che il dolore sta svanendo, ma non dico nulla. Quella mano mi fa bene e spero rimanga lì, ferma dov’è, il più a lungo possibile.

Quando mi sveglio quella mano non c’è più. Nello mi dice che l’infermiera si chiama Anna e che nel cassetto mi ha lasciato una rivista sul Calcio, le compra per quando viene suo figlio dall’Inghilterra.

Il giorno dopo il medico, senza alcuna emozione, mi dice che è da escludere una patologia grave. Dalla TAC – che nemmeno ricordo di aver fatto – e dalle analisi tutto sembra regolare, ma finché il dolore alla testa persiste devo rimanere sotto il loro controllo.

Provo a prendere il giornale di Calcio nel cassetto, ma appena mi giro su un fianco mi gira la stanza intorno e lascio la rivista lì dove si trova. Potrei chiedere aiuto a Nello, ma non lo faccio e rimango avvolto nell’odore acre del lenzuolo bianco.

Nei giorni gli attacchi alla testa proseguono e solo la mano di Anna sembra placarli. Dice che è merito dei medicinali che fanno effetto ed io non insisto.

Ieri dopo una settimana per la prima volta sono andato in bagno a pisciare accompagnato da Nello. “Se non ci si aiuta tra noi” mi ha detto.

Quando entro in stanza vicino al mio posto vuoto trovo Anna che col volto basso sistema le lenzuola per dare dignità al mio letto disfatto. Sta piangendo.

“Che succede?” le chiedo, “È nato” mi risponde lei, asciugandosi il viso con un gesto veloce. “Vorrei essere lì” mi dice Anna. “E perché non vai?” domando. “Ho paura di prendere l’aereo. Ho paura di volare”. Lo dice sottovoce mentre affonda le mani sul letto con tutto il peso di un corpo. Quelle mani di cui conosco la forza ora stanno reggendo Anna. “Si chiama Jonathan” mi dice guardandomi, “Bel nome eh?”. Faccio sì con la testa, “Sì, è un bel nome” rispondo guardando la sincerità che ha negli occhi.

Vorrei dire di più, ma faccio fatica a parlare e per fortuna lo fa Nello al posto mio.

Oggi saluto il mio compagno di stanza mentre preparo le mie cose per uscire, lui e le sue coronarie dovranno stare ancora qui in mezzo all’odore di disinfettante per un po’.  Col foglio in mano che dice “Emicrania”, mi affaccio dalla finestra della camera piena di luce e vedo Anna sotto, in attesa, fremente mentre guarda in su.

È stato Nello a regalarle il biglietto per Londra e io l’accompagno con piacere.

Dall’ospedale all’aeroporto le racconto della mia vita nella Casa Famiglia, dei miei non-ricordi da bambino e dei miei studi da grande. Le racconto dei pregiudizi e delle persone che ho incontrato in questo Paese, dei miei compagni e dei miei sogni.

Guardo Anna nei suoi abiti da signora che forse nemmeno mi starà ascoltando. Le cinture sono allacciate e i motori iniziano a tuonare coprendo le voci fino a farle sparire.

Ora io le tengo la mano e Anna sorride.

 

 

(La foto è di Mario Pellerito)

2 comments
  • germana
    Posted on 22 gennaio 2017 at 16:15

    Una breve,dolce ,piccola grande storia umana come solo tu sai creare.. Tre minuti di leggero esistere.

    Reply
  • Giuseppe Caruso
    Posted on 19 agosto 2017 at 17:13

    toccante!
    Riesci nella brevità di questo racconto a descrivere in modo cosi appassionato, da rapire il lettore, l’amore, la compassione e la generosità che, la sofferenza talvolta generosamente dona!
    Bellissimo e inaspettato colpo di scena: dal tuo dolore e quello di Anna all’improvvisa gioia del viaggio verso Londra, in cui mi piace immaginare il “vostro” viaggio verso la nuova vita che si schiude ai vostri occhi!
    “Solo” tu puoi farle superare la paura di volare!
    Molto simbolico il tuo tenere, questa volta, la sua mano!

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