Il goal di Natale.

Racconto#11

Author:Sante Paolacci

Category:Storie

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foto-di-john-helge-bakken

La voce di Bublé copre quella delle persone sugli spalti riscaldati. Mogli, figli e operai prendono posto per godersi al meglio lo spettacolo, come accadeva ai tempi dei gladiatori romani, perché in fondo la partita di Natale della Ferzetti Spa è una battaglia, e perdere tutto è un attimo.

Sono concentrato, concentratissimo, perché so che tra quel pubblico c’è mia moglie e soprattutto c’è mio figlio al quale mi sono promesso di dare il futuro più dignitoso che esista.

Lavoro alla Ferzetti Spa, la più grande industria di cucine del Centro Italia, da otto mesi e oggi giocherò la mia prima partita aziendale. Due squadre selezionate tra i migliori dell’edificio. Reparto amministrazione contro quello delle vendite. Gli operai non giocano perché in caso di infortuni potrebbero creare un danno alla produzione. Gli altri, tutto sommato, sono sostituibili, ma gli operai, no. Così ha deciso il capo, l’Amministratore delegato Guido Ferzetti. Quarant’anni tondi tondi come i suoi occhiali e ultimo erede della famiglia che da più di settant’anni dà lavoro a tutta la provincia.

I miei colleghi hanno iniziato a fare e disfare gli schemi da due mesi che nemmeno Spalletti, mentre ricordano pregi e difetti della squadra avversaria dall’anno precedente. Loro ad esempio quest’anno hanno Sanetti che è dimagrito, correrà di più e starà sulla fascia, mentre noi abbiamo De Luca che qualche chilo invece l’ha preso e starà in difesa. Sembrano stupidaggini, ma certe cose vanno considerate.

Il vero problema invece è stato istruire i nuovi assunti, come me, sulle regole, non dette ovviamente, della partita. Unica e fondamentale: la squadra del capo Guido Ferzetti deve vincere. Non che l’abbia chiesto lui, sia chiaro, ma si narra che una volta, quando a dirigere l’azienda era suo padre, un dipendente fece un goal a cinque minuti dalla fine e il giorno dopo aveva la lettera di licenziamento sulla scrivania. Un altro, si dice, venne declassato a fare le fotocopie fino all’estate per colpa di un rigore.

Il freddo della sera con “Tu scendi dalle stelle” non aiutano a mantenere la concentrazione e rimango attaccato all’unico pensiero: che questa partita finisca presto.

Entra in campo Guido Ferzetti accompagnato dalle due segretarie per il breve discorso di auguri che nessuno di noi sta ascoltando. Ha tolto gli occhiali e a guardarlo in pantaloncini e maglietta sembra un bel ragazzo, mostrando quel briciolo di giovinezza che ogni giorno tenta di nascondere.

Dopo l’applauso scrosciante delle mogli ben istruite, entra l’arbitro per il testa o croce che deciderà con chi giocherà il Capo. Non voglio guardare. “Testa”. Gioca contro di noi. Cazzo. Unico mio obiettivo dunque “non fare goal”. Me lo ripeto nella testa come un mantra. Non fare goal, non fare goal, non fare goal! Da nessuna parte, nemmeno autogoal, risulterei un lecchino.

Dopo i primi passaggi si respira l’aria tesa di una finale mondiale di scacchi. Bublé ha smesso di cantare e le mogli infreddolite osservano in silenzio attente il loro destino famigliare.

Il primo tempo scorre con un 1-1 come da pronostico. Guido Ferzetti è eccitatissimo e sprona la sua squadra a dare il meglio. Il nostro capitano invece fa l’esatto opposto. “Se vinciamo sono guai per tutti” dice a Piccardi che è uno che gioca per davvero.

Riusciamo a mantenere il risultato fino a metà del secondo tempo. Sono stanco perché è faticoso giocare a non giocare. Gli operai sugli spalti anche loro sembrano ormai sfiniti di tanta tensione e le mogli iniziano a rilassarsi. Non faccio in tempo a finire il pensiero che la palla mi arriva tra i piedi. E adesso che faccio?

Corro con la sfera attaccata alle scarpe, non posso non giocare. Nessuno degli stronzi avversari mi contrasta ed io corro. Ma guarda se questi mi fanno fare goal! No, non posso. Non posso fare goal. Ho una moglie, un figlio e un mutuo da pagare. Per fortuna non ho comprato la macchina nuova. Non posso fare goal. Sarebbe da pazzi. Continuo a correre verso la porta avversaria perché non ho altra scelta. Quando mi troverò lì qualcosa succederà. Spero.

Il pubblico si sveglia improvvisamente per il gusto sadico di vedere la fine di un giovane lavoratore e padre di famiglia.

Sono a tre metri dalla porta. Guardo mio figlio. Lui non sa le regole non dette della partita. Zitto, non lo dire, penso. Con tutta la forza mi urla “Dai papà, fai goal!!!” L’ha detto.  E allora vedo solo i suoi occhi orgogliosi di quel papà col pallone ai piedi e con un tiro da bomber di razza lancio un colpo nella pancia della porta gonfiando la rete.

Goal.

Ora il silenzio. Solo mio figlio che urla al suo babbo campione. Silenzio e freddo.

Mia moglie piange mentre la sua amica le mette istintivamente una mano sulla spalla.

I mie colleghi abbassano lo sguardo sull’erba verde. “Sono fottuto” penso. Addio lavoro.

Arriva il fischio finale e una strana espressione sul volto dell’amministratore delegato Guido Ferzetti.

“Auguri per tutto” mi dicono i miei colleghi nello spogliatoio.

Torniamo a casa in silenzio ed io galleggio in questo stato di pre-licenziamento, mentre mia moglie sembra già una vedova di guerra.

Domani è Natale e non so cosa ne sarà del mio futuro. Suonano alla porta. Il diavolo è venuto a prendermi? È Guido Ferzetti, senza occhiali e senza segretarie. Ha un cesto in mano. Forse si fa così prima di licenziare qualcuno, penso. Sento il fuciliere pronto a sparare. Mi passa davanti tutta la vita come nei film.  Perché succede davvero. Poi l’ultimo erede della Famiglia Ferzetti mi dice:

“È da quando sono bambino che mi fanno vincere. Solo per il cognome che porto. Ho sempre avuto tutto senza avere il piacere di desiderare. E senza desideri ti senti vuoto.  Finalmente ho provato l’emozione di perdere. Grazie per questo goal”.

Non mi sta prendendo in giro, lo so. Lo vedo negli occhi di questo uomo che mi sembra di conoscere da sempre.

Mi mette il cesto in mano lasciandomi così, mentre lo osservo scendere le scale.

Non riesco a dire nemmeno “Buon Natale” che Bublé ha già ripreso a cantare.

 

(Foto di John Helge Bakken)

 

 

One comment
  • Franco Bellino
    Posted on 19 dicembre 2016 at 11:28

    Mi piace molto. Davvero molto Questo Babbo che giocando mette tutto in gioco per uno sguardo del figlio. è un bellissimo personaggio. Sorrido quando leggo “Il pubblico si sveglia improvvisamente per il gusto sadico di vedere la fine di un giovane lavoratore e padre di famiglia.” Ma poi alla fine ho un sorriso natalizio. Fossi il tuo editor, eliminerei Bublè in apertura e chiusura. Tu lo sai . inizio e fine sono i due momenti fondamentali di una storia e “Bublè” a me, forse a molti della mia età, non dice molto. A me, nulla. Spero di vedere presto questa tua storia su uno schermo.
    P.S. scusa se ho scritto tutto maiuscolo. Io non lo farei mai, ma questa finestra non mi offre alternative :-)

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