La stanza della figlia.

racconto#8

Author:Sante Paolacci

Category:Storie

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mariavittoria-giaroli

Francesco ha messo su il caffè mentre io copro con un telo di plastica i mobili che ho disposto al centro della stanza. Tutto quello che non si può togliere, si mette in mezzo, quando si deve tinteggiare. “Di che colore la vuoi fare?” urlo a Fra’. “Un bel rosa di quelli che piacciono a lei” risponde. Com’è il rosa bello? E soprattutto qual è il rosa che piace a lei, penso.

Lei è Nicole, figlia di Francesco e Beatrice. Fra’ e Beatrice si sono lasciati dopo sei mesi di matrimonio perché lui è un coglione. Si sentiva in colpa per una scappatella con una di cui nemmeno sapeva il nome e lo ha confessato a sua moglie, “perché la sincerità prima di tutto” diceva. Beatrice, che forse sì, ha esagerato, non c’ha pensato due volte e l’ha mollato.  E così Nicole non ha fatto in tempo a capire le regole del mondo che si è trovata quei due separati e divorziati. Poi gli avvocati, le discussioni e le accuse reciproche quanto basta.

Con una stecca di legno giro la tinta semi-lavabile rosa nel secchio e Fra’ mi guarda con il caffè in mano. Sul suo braccio si legge “Beati gli ultimi” È un tatuaggio riparatore. Prima c’era scritto solo Bea, il resto l’ha scritto dopo la separazione da sua moglie. Anche se non lo vedo spesso, Francesco rimane il mio amico migliore dai tempi delle medie.

Stamani mi ha chiamato alle sette per dirmi di correre da lui. Devo fare la stanza di Nicole. Corri. Ed io ho corso.

Tra una mano di isolante e stucco, mi accorgo di quanto Fra’ sia cambiato: i capelli bianchi e le mani stanche prima non ce le aveva, mentre i suoi segni sul viso a memoria delle cazzate fatte con la moto mi ricordano chi era, folle e stupido come tanti a quell’età.

Rimaniamo in silenzio mentre i pennelli leccano le pareti di colore e la tv dalla stanza a fianco manda le canzoni che non conosciamo del momento.

Francesco è cresciuto, penso. Vorrei rompere il silenzio ma lo lascio fare. Da grandi il silenzio si sopporta meglio. Respiro l’odore di pulito chimico quando la luce sta cambiando intorno. “Se si potesse scegliere il colore così facilmente anche della vita” mi dice serio Fra’. Poche volte ho sentito la sua voce così. “Io volevo provarli tutti perché sono tutti belli” continua Fra’ “Ma poi alla fine uno di colore lo devi scegliere. E se non ti sta bene addosso lo puoi capire solo dopo che lo hai provato”.

Non lo guardo nel momento che sta piangendo. Metto il pennello asciutto nel secchio. “Ne ho fatte di cazzate e tu lo sai, ma ora ho Nicole”. Fra’ mi guarda con gli occhi di un uomo che è diventato padre.

Nicole ha tre anni e Il giudice ha deciso che può dormire da me nei week end. Da questa notte, per la prima volta mia figlia può dormire con me” mi dice soddisfatto Fra’. “Saranno le mie notti migliori”.

Diamo ancora una mano di colore prima che arrivi sua figlia e sistemiamo i mobili nella stanza. Lo lascio lì ad aspettare mentre guarda le pareti umide in attesa della donna che più ama. Sua figlia.

Torno a casa stanco come non mi succedeva da tempo. Mi butto sul divano e guardo il soffitto nel vuoto di casa mia. C’è un colore che non è mio e che io non ho scelto.  Quello non è il mio colore, penso. Non lo è più” e mi addormento tra i rumori finti del sabato sera.

 

La foto è di Mariavittoria Giaroli.

One comment
  • Franco
    Posted on 30 ottobre 2016 at 23:05

    Bravo, Sante. Ho scoperto solo pochi minuti fa il messaggio che tu hai spedito mesi fa. Chissà perché proprio a me. Il tuo racconto è bello. Soprattutto è vero e te lo conferma uno che il suo colore lo ha scelto 54 anni fa e gli piace ancora oggi come, e forse più, del primo giorno.

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