Storia di un non-amore.

racconto#14

Author:Sante Paolacci

Category:Storie

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Foto di Franco Morini

Elena vuole rimanere lì, ad ascoltare le canzoni che escono dalla finestra di Giulio, quella al primo piano. “Ancora qualche minuto”, mentre lui è in casa e si prepara per venirla a salutare. Elena vuole rimanere, nonostante il caldo, seduta su una sedia.
Può controllare anche il cancello di Villa Belvedere da quella posizione, e se ci fosse un movimento di persone lo potrebbe notare: a quell’ora, in quella piazza, alle due del pomeriggio, nemmeno i gatti ci sono in giro. Poco tempo ancora e poi la verranno a cercare. Una volta per poco non chiamano la Polizia. Era quasi mezzanotte e non era rientrata. “Con te perdo anche la strada di casa” aveva detto a Giulio.

Alla Villa non ci sono molte regole: il pranzo alle dodici, la cena alle diciotto e l’uscita libera tutto il giorno fino alle ventidue. È però vietato: prendere mezzi privati o pubblici se non accompagnati, ed entrare in case private senza autorizzazione della Direttrice. Tutto questo Elena lo aveva ascoltato mentre guardava i fiori sul tavolo della Caposala.
Subito dopo aver sistemato le sue cose in camera e salutato sua figlia, era uscita per vedere gli unici due negozi in piazza. Un alimentari e un negozio di scarpe. Entrambi chiusi fino alle cinque.
“Tutto bene, Signora?” le aveva detto Giulio la prima volta, mentre apriva il portone di casa sua.

Sono passati novanta giorni da allora. Esattamente novanta giorni.

Si erano visti di nuovo e salutati con discrezione, ma le parole, si sa, nel silenzio sordo non ci vogliono stare. “Ci vediamo stasera?” le aveva chiesto dopo una settimana. Non se lo aspettava. Non aveva più tempo per dire di no. “Alla mia età, non si possono avere rimpianti” pensò Elena. “Senza fare tardi però” rispose lei.

Così ogni sera usciva dalla Villa per incontrare Giulio. Parlavano, stavano in silenzio e certamente si ascoltavano. E poi le canzoni. Tutte quelle canzoni che passavano alla radio, anche se parlavano una lingua diversa a volte, erano così belle. Lui apriva la finestra del primo piano e poi scendeva per sentirle un po’ più lontane, ma vicino a lei.
E quando la musica non c’era, lui iniziava a cantarne una ed Elena, senza pensarci, ne continuava la melodia. Un pezzettino ciascuno, fino alla fine. Senza nessun accordo. Accadeva e basta.
“Ti va se un giorno andiamo al mare” le aveva detto Giulio. “Devo chiedere il permesso alla Villa e poi non so se…” Elena non voleva che la gente potesse parlare o inventarsi chissà quali storie su di loro. Lui avrebbe continuato a viverci in quel posto senza corpi e poche anime. “Se non le facciamo a questa età le pazzie” aveva insistito lui. Elena sorrise e pensò che in tutti quegli anni non l’aveva mai vissuta una storia così. Una storia di non-amore che però assomigliava parecchio all’amore.

Ora guarda dentro quella finestra, aperta come una bocca generosa che non si stanca di parlare, da cui escono gli odori e i profumi di una casa che non ha mai visto, che non conosce. Ci sarà un divano, poi la tv, e la porta che dà sulla cucina, e poi la camera. Sente i rumori di Giulio che si prepara e non sa nulla. Non glielo ha detto che quello è l’ultimo giorno. Non vuole farlo soffrire. Gli uomini non sopportano gli addii. “C’è una festa per gli ospiti della Villa stasera e non possiamo vederci” gli ha detto. “E allora ci vediamo dopo pranzo per un gelato, tanto io non dormo mai il pomeriggio” ha risposto lui serenamente.

La musica dalla finestra esce chiara ora nel silenzio della piazza vuota.

“Andiamo?” Elena si volta con lo scatto lento di una donna anziana. Il caldo sembra sbiadire la figura alle sue spalle. Quella signora abbronzata, con un vestito leggero addosso è sua figlia. “È ora di andare” ripete la donna.
Il caldo è insopportabile, come la frase che ha appena sentito. “È ora di andare” l’ha ripetuto ancora una volta, senza preoccuparsi di non ferire. Lei non può sapere. Lei non conosce il non-amore.
“Devo salutare Giulio” dice Elena.
La donna si avvicina lentamente a sua madre che sta guardando ancora verso quella finestra aperta.
“Mamma, dobbiamo andare. Il prossimo anno tornerai”.
Elena guarda sua figlia abbronzata dritta negli occhi e lei si lascia guardare.

“Ho vissuto ogni giorno. Va bene così.”

La musica si allontana a rilento e un uomo con il profumo e la camicia stirata si affaccia da una finestra al primo piano. Guarda la sedia vuota mentre chiude piano le finestre, mentre già spalanca ai ricordi la storia di un non-amore.

 

 

La foto è di F.Morini

One comment
  • pier
    Posted on 2 febbraio 2018 at 21:35

    L’amore come una vista su una sedia vuota che non si vuol abbandonare benché vuota…

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