Caro Babbo, lasciami scrivere il finale.

racconto#6

Author:Sante Paolacci

Category:Storie

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Foto di Mario Pellerito

“C’era una volta un Re, diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato, c’era una volta un pezzo di legno…” e già a questo punto mi addormentavo mentre continuavi a raccontare. Era la nostra storia, la mia preferita. Quando c’era la mamma in casa con noi, tu non volevi mai raccontarmi le storie ma poi, quando lei se ne andò con il dentista, toccò a te farmi addormentare. Mi ricordo ancora la rabbia nella tua voce: “fa il dentista mica il falegname, come me”. A me il tuo lavoro piaceva. Inventavi, costruivi e davi forma ad ogni cosa. Il dentista invece al massimo faceva terrore ai bambini e, come dicevi tu, non pagava le tasse.

Tu babbo facevi tutto. Mi preparavi per mandarmi a scuola anche se a scuola non ci volevo andare e mi preparavi la colazione e mi vestivi che sembravo un principino, sempre ordinato e tirato a lucido. Ma io non ero così. Ero il figlio che nemmeno in adozione a distanza avrebbero voluto avere. Ti ricordi quando mi sono venduto il libro per andare a ballare? Era quello di matematica e io la matematica la odiavo. Era stato Riccardo a propormi l’affare. Lui avrebbe pensato a vendere il libro ed in cambio avrebbe preso due biglietti per la serata, uno per me e uno per lui.  Mi piaceva Riccardo, ma ancora non lo volevo sapere. Biondo e con il fisico da palestra piaceva a tutto il quartiere. Un signore una volta gli disse che poteva fare l’attore e che se avesse voluto, avrebbe potuto avere successo nel cinema. Veramente lo disse pure a me, che ero magro e con il naso lungo, ma non mi fidai e quando mi chiese i soldi per fare le foto in posa, scappai come un gatto. Tanti ragazzi ci cascarono, ma nessuno diventò famoso, nemmeno Riccardo che era bello per davvero. Stronzo, ma bello.

E quella volta che i carabinieri mi riportarono a casa che mi avevano beccato a guidare la macchina di quei due? Mi dicevano “fidati di noi, vedrai che non succede niente. In Italia non ci va nessuno in galera” dicevano. Passammo la notte in Questura tutti e quattro, te compreso. Lo so che ti incazzi solo a pensarci, ma è passato tanto tempo ormai.

Adesso mi accorgo di quanto sei cambiato. In una camera con altri vecchi che urlano parole senza un senso, tu non ci saresti mai stato e forse nemmeno fermo così ad ascoltarmi ci saresti mai stato. Sai che anche la vicina di casa, quella che sapeva sempre tutto, si è invecchiata, ma lei non è cambiata. L’ho vista l’altro giorno e appena sono sceso dalla macchina mi ha detto “Non fare questo e non fare quello” come quando ero bambino.

Prima di venire qui sono passato a salutare la signora Lucia. Ancora si tinge i capelli come allora. Quante risate che mi facevo con lei. Una volta mentre era in bagno le presi le scarpe da sotto il letto, quelle brillanti come gioielli, mi tolsi le mie, quelle da ginnastica che puzzavano e le infilai ai piedi. Quando la signora uscì dal bagno scoppiò a ridere e io dietro a lei. Nessuno diede importanza a quel brivido che mi attraversò la schiena.

Mi hanno detto che l’altro giorno raccontavi la storia al tuo vicino di letto e mi hanno detto anche che ti sei arrabbiato perché non sei riuscito a ricordarti il finale.

Lo so, hai sempre fatto fatica.

Sono lontani i tempi in cui al paese mi prendevano in giro. Da Pinocchio a sostituire la prima lettera è un attimo, e quando c’è da essere cattivi la gente è velocissima.

Non era così che mi volevi, babbo. Volevi diventassi un bambino come tutti gli altri. Come tutti gli altri.

Ma tu non hai sbagliato. Tu hai scritto l’inizio di questa storia bellissima, ora lascia che sia io a scrivere il finale.

Dormi bene, babbo.

Tuo P.

 

 

 

(La foto è di Mario Pellerito)

2 comments
  • germana
    Posted on 24 settembre 2016 at 9:05

    Che DIRE, che mi devo ripetere. È una storia DOLCISSIMA , e tu sei bravo come al solito

    Reply
  • Martina
    Posted on 24 settembre 2016 at 9:48

    E anche questa racconta una storia…la storia…la storia di molti…e tu hai saputo di nuovo narrare tutto con una delicatezza e una dolcezza che pochi riescono a trasmettere.

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