La notte di Lorenzo

Racconto#19

Author:Sante Paolacci

Category:Storie

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E tu lo sapevi? Mi chiese Matteo dopo quella notte.

No, io non sapevo niente.

Conoscevo Lorenzo da quando avevo sei anni, dal primo giorno sui banchi di scuola. Era il 1998. Aveva sette anni, uno in più degli altri. Era magro e bianco che la pelle sembrava trasparente. Sapevo che era stato adottato e che Aldo e Silvana non erano i suoi veri genitori, che era un tifoso del Milan, che conosceva tutti gli episodi di Dragon Ball, che odiava il mare al punto da vomitare e che mangiava solo patatine fritte. Questo era quello che io sapevo. Poi a undici anni le nostre strade si divisero e di Lorenzo non ebbi più traccia.

Come ci trovammo dopo più di vent’anni in vacanza insieme è semplicemente una questione di intrighi e innamoramenti.

Lorenzo si era fidanzato con Martina, la sorella del mio migliore amico Matteo, il quale a fine luglio mi disse se volevo passare dieci giorni in Puglia con lui, sua sorella e Lorenzo.

Lorenzo chi?

Lorenzo l’albanese.

Ci misi un po’ prima che arrivassi a sovrapporre il nome all’immagine che avevo in testa.

Ma dici Lorenzo Mandelli?

Sì, l’albanese. Sta con Martina.

Nooo?! Esclamai per la carrambata. Ma io sapevo che stava al nord.

Beh, l’hanno licenziato ed è tornato giù.

Cazzo, non lo vedo dall’esame di quinta elementare!

Lo ritrovai in macchina quando mi passarono a prendere sotto casa. Era diventato un cristo alto un metro e novanta, ma con lo stesso candore della pelle e la stessa magrezza di quando era ragazzino.

Ci abbracciammo con affetto, curiosi di guardarci in faccia e vedere chi eravamo diventati.

“Tu sei sempre un tappo” mi disse

“E tu sei sempre stronzo” risposi.

Passammo il viaggio andando da Roma in giù a ricordare e raccontarci quei vent’anni.

Quando arrivammo a Brindisi l’umore in macchina cambiò come un improvviso temporale estivo.

Sentii Martina dire qualcosa sottovoce a Lorenzo mentre il viso di lui diventava sempre più cupo.

Ci sono io, diceva. Si tenevano per mano.

Poi mi voltai verso Matteo in cerca di spiegazioni. Lui scosse velocemente la testa come a dire non è niente. Poi ti spiego e continuò a fare finta di nulla.

Arrivammo a Brindisi il 10 Agosto alle sette di sera, quando i vacanzieri tornavano dalle spiagge abbronzati e profumati dopo le docce. Matteo smise di ubbidire alla voce del navigatore e deviò deciso verso il porto.

Io smisi di chiedere, di fare domande.

Ci fermammo a pochi metri dal molo.

Lorenzo uscì di corsa dalla macchina. Camminava come fosse ubriaco. Si teneva le mani alla bocca. Poi lo vidi affacciarsi sull’acqua, tra le barche e vomitare.

Certo, odia il maredissi sicuro di aver capito almeno una cosa di ciò che stesse accadendo.

Matteo mi diede una leggera gomitata per farmi tacere.

Ubbidii.

Martina scese dalla macchina.

Matteo scese dalla macchina dietro di lei.

Io li seguii entrambi.

A un paio di metri di distanza da Lorenzo ci fermammo come per rispetto. Improvvisamente Lorenzo cadde in ginocchio e gli altri, me compreso, facemmo lo stesso.

Il resto lo seppi dopo.

Lorenzo in quel porto era sbarcato nel grembo di sua madre l’8 agosto del 1991 insieme a ventimila albanesi su una nave mercantile coperta di uomini come mosche su una carcassa di animale. Non si vedeva nemmeno la vernice tanto era coperta di uomini disperati ovunque.

Due giorni dopo, la notte di San Lorenzo, su quella nave, nacque il mio amico mentre sua madre stremata dal viaggio finì nel porto i suoi giorni.

La scena che mi si parava ora davanti agli occhi fu surreale. Non so nemmeno se sia mai accaduta.

Mentre il sole era già calato, mi voltai indietro e vidi la gente venire verso il molo lentamente, piegarsi sulle gambe e in silenzio inginocchiarsi sull’asfalto della banchina.

Dopo pochi minuti furono decine e dopo mezz’ora centinaia. Le macchine sulla strada spensero i motori e rimasero a guardare curiose. I ragazzini con i motorini si fermarono. Il tempo stesso si fermò.

Lorenzo quella sera tolse la sua àncora pesante dal suo passato e lasciò salpare di nuovo quella nave.

Una folla di persone faceva da coro, come in una tragedia greca silenziosa.

Ognuno per sé. Ognuno vicino all’altro, aspettammo le stelle della notte.

 

 

 

(Foto di Jose Morais Sarmento)

 

 

 

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