Quando volevo volare. Tratto da una storia vera.

racconto#3

Author:Sante Paolacci

Category:Storie

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Ci provai dall’estate 1986 fino a quella del ’88. A parte i giorni di pioggia e quelli in cui avevo la febbre, più o meno lo tentavo tutti i giorni. Che “È quasi magia Johnny” fosse solo un cartone animato lo sapevo, così come che “Il mio amico Ultraman” fosse solo un telefilm, ma un certo Leonardo Da Vinci o qualcuno meno illustre, sapevo che ci aveva provato e forse c’era pure riuscito. Era riuscito a volare, a guardare la sua casa da qualche metro più in su. Non volevo chissà quanto volare alto, ma giusto passare sopra la testa dei miei amici, magari con disinvoltura come la cosa più normale di questo mondo. Una volta ho finito due bombolette spray di Pronto quello per lucidare i mobili. Il tipo del telefilm le teneva una per mano, non quelle del Pronto, altre, le spruzzava a terra e si alzava in volo. Le mie di bombolette erano grosse il doppio, e almeno un centimetro magari avrebbero potuto farmi volare; di fatto era aria compressa e in teoria avrebbe dovuto funzionare.

La pratica non funzionò.

Allora provai con l’ombrello. Ci fossi riuscito, a dire il vero, mi sarei vergognato a passare sopra i tetti di Vetralla come Mary Poppins, ma questo aspetto lo avrei considerato dopo, a successo avvenuto. Così mi buttai con l’ombrello dal balcone di un primo piano di una villetta in costruzione e se non fosse stato per l’accumulo di sabbia del cantiere lì sotto, mi sarei  sicuramente rotto qualcosa, perché l’ombrello si aprì e divenne un imbuto che accelerò ancora di più la mia discesa. Potevo chiedere di farmi lanciare dal paracadute? Quale genitore l’avrebbe fatto? Non i miei. Un deltaplano? Niente. Per il momento non c’era soluzione.
In pausa dalle mie “prove di volo”, in estate andai al mare con la mia famiglia che quell’anno affittò una casa per qualche settimana insieme a mia zia e mio cugino. Mentre quest’ultimo giocava con mio fratello perché quasi coetanei, io da solo, ero costretto ai giochi sabbiosi della spiaggia.
Quel giorno arrivarono tardi a pranzo perché erano andati a comprare un aquilone nell’unico ma meraviglioso negozio di giocattoli del Lido. Ci avrebbero giocato nel pomeriggio quando il vento al mare si fa più forte e il sole non fa più male. Ma subito dopo pranzo si dorme. Questa era la regola. Figuratevi se io potevo toccare l’aquilone nuovo sul quale nemmeno loro, mio fratello e mio cugino, avevano messo le mani. L’aquilone doveva ancora volare, dicevano. Quello non ha mai volato, dicevano. Non so perché, ma quel gioco semplice e leggero mi stava già simpatico. Era lì, sul tavolo. Il filo ancora arrotolato per bene nella maniglia rossa e quel disegno da tribù indiana era ancora perfetto e per niente sgualcito, tra le sei bocce colorate, il Super Tele e il retino per i pesci.
A parte le cicale e lo sciabattare sull’asfalto di qualcuno che andava in spiaggia, a quell’ora non c’era nessuno in giro.

Allora scendo dal letto a castello mentre mia madre dorme sotto, apro la finestra della camera a piano terra ed esco in giardino. L’aquilone è all’ombra in mezzo all’odore della resina dei pini, quasi a riposarsi per il suo primo volo, quello che avremmo fatto insieme. Lo prendo senza fare rumore, apro il cancello ed esco sulla strada. Ci sono solo tre macchine parcheggiate, una Ritmo, una 127 e un’Alfa. Dalla polvere che hanno sopra capisco che nessuno in quel momento le userà. La strada è libera. Quella è la mia pista di decollo come in Top Gun. Il filo arrotolato lo lascio arrotolato e lo tengo stretto in mano, la stessa con cui tengo forte un’asticella. Con l’altra mano prendo la metà della sottile asse centrale. Con due lanci decisi butto le mie ciabatte sul bordo della strada e via! Inizio a correre per Via Cariddi, scalzo e con tutta la forza che posso avere, alleggerito più che posso. Niente maglietta e niente pantaloni. Solo uno slip. La strada è dritta e lunga e io corro forte. Corro che nemmeno una gazzella africana anche perché il catrame scotta parecchio a quell’ora del giorno. Pesavo non più di dieci chili allora. Ero magrissimo e leggero. E la forza di gravità me lo fa capire quanto sono leggero, proprio lei che in quel momento si sente sconfitta. Sento così una forza tirarmi verso l’alto ed io ora quella forza non la posso tradire. Mi fido di lei. È il momento di volare. Ci sto riuscendo. Io e l’aquilone stiamo per volare. Alzo i piedi e via. Volo.
Feci forse due metri o tre, poi atterrai di petto sull’asfalto caldo e ruvido di Via Cariddi. Quell’enorme grattugia nera mi rese un esserino rosso sangue. Cosce, ginocchia e petto. Quella passione che bruciava dentro adesso bruciava fuori e per fortuna rimanemmo al mare altri due giorni soltanto. L’acqua salata era come l’acqua santa per un indemoniato. Non ricordo nemmeno se s’arrabbiarono i miei, forse perché avevo ben altri dolori a cui pensare, ma oggi che non sono diventato né un aviatore né un pilota, ogni volta che voglio sognare chiudo gli occhi e passo sopra le teste dei miei amici. Loro non se ne accorgono, ma io sono l’uomo più felice del mondo, perché dove non posso arrivare a piedi, chiedo un passaggio alla fantasia, salgo a bordo e volo via.

2 comments
  • Antonio
    Posted on 26 Luglio 2016 at 11:56

    CoMplimenti è Bellissima!!!

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  • ROBERTA
    Posted on 6 Agosto 2016 at 10:22

    E oggi, per qualche minuto, riesci a far volare anche chi legge…

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